Cannabis medica, CBD e altri isolati e lo stigma della psicoattività
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Sui gruppi social sta succedendo qualcosa di strano ed ambiguo.
Ci sono infatti personaggi che pur senza qualificarsi come medici o altro, e dietro profili fake affermano che il CBD isolato è "l'unica via sicura" in materia di cannabis medica,facendo guerilla marketing e dando consigli ed indicazioni mediche.
Io ho sempre sostenuto l'implementazione dell'offerta GMP di CBD e dei suoi estratti e derivati.
Il mercato del CBD di grado farmaceutico e medico è in fisiologica crescita.
Tuttavia l'efficacia e la coerenza terapeutica della molecola CBD è solo parziale e selettiva.
È sicuramente molto efficace per alcune patologie, ma non per tutte le patologie.
Gli studi peraltro hanno abbondantemente evidenziato i benefici di terapie bilanciate e/o con chemiotipo III (rapporto bilanciato tra THC e CBD) e sono sempre più diffusi piani terapeutici che ne tengono conto, integrando talvolta in maniera complementari farmaci THC dominanti e CBD dominanti.
Che il THC sia efficace e coerente con molte patologie è un dato di fatto supportato da tanta e crescente letteratura medico scientifica, fatta propria dai ministeri competenti e dalle varie agenzie del farmaco nazionali e ultra nazionali.
Non sta a me, che non sono dottore dare indicazioni su quale terapia sia più efficace e coerente in un dato caso clinico.
Sarà il medico prescrittore che in buona coscienza e in funzione di suddetta letteratura medico scientifica ufficiale deciderà se una terapia a base di cannabis può essere utile, e quale profilo chimico sia più adatto a quella specifica situazione e soggetto.
E questo vale per me come per chiunque altro dia indicazioni mediche senza qualificarsi come medico competente.
Negli anni nella mia attività di informazione e divulgazione mi sono capitate tante persone che mi hanno chiesto consiglio sulle terapie a base di cannabis, e la mia risposta è sempre la stessa: un percorso di valutazione da parte di un medico competente.
Io posso indirizzarli sul come intraprendere quel percorso ma le valutazioni sull'utilità, la qualità e l'eventuale quantità della terapia spettano sempre solo ed esclusivamente al medico.
Io mi limito ad informare e a divulgare ogni notizia sui campi di applicazione e ad apprezzare eventuali risultati e riscontri.
Questi sedicenti fautori del CBD isolato come "unica via" alla cura portano come argomentazioni -alquanto deboli dal mio punto di vista- alcuni punti salienti che ora vorrei confutare uno ad uno:
- effetto psicoattivo del thc /compromissione delle capacità cognitive e fisiche.
- maggiore efficacia della molecola CBD isolata.
- CBD curante/ THC drogante e molecola dello "sballo".
-L'effetto psicoattivo, solo in rari casi ha effetti avversi, ostativi ad una vita normale o impattanti in maniera negativa.
I feedback dei pazienti, dei trial medici e dei relativi studi ci raccontano che la cannabis medica viene spesso preferita rispetto a farmaci tradizionali perché efficace e soprattutto meno invasiva rispetto ad essi.
Per un paziente afflitto da dolori gravi e/o cronici contano due cose:
- la soppressione del dolore (efficacia della terapia).
- Qualità della vita
(minore impatto possibile della terapia).
Lo dico da studioso ed informato, da infopoint medico con un notevole back up, ma anche in quanto paziente io stesso con patologie croniche.
Nel quotidiano la psicoattivita' può contribuire per esempio alla soppressione del dolore, alla gestione di ansie, stati di insonnia, disturbi dell'appetito, stress post traumatico e molto altro.
Solo chi soffre molto può apprezzare il sollievo che da l'effetto psicoattivo.
L'effetto psicoattivo della cannabis porta generalmente "benessere", migliora l'umore, stimola corpo e mente, parametri che per un paziente possono essere "pesanti" e determinanti.
Sia chiaro gli effetti avversi con una molecola psicoattiva esistono, sebbene siano rari e da contestualizzare.
Molti di questi avvengono perché la cannabis viene assunta senza un piano terapeutico preciso e misurato, senza un follow up medico, e soprattutto usando cannabis di grado non medico, non standardizzata, non analizzata e di conseguenza certificata.
Importanti studi ci dicono anche che in un contesto proibizionista, l'uso illegale e non medico della cannabis può fare da detonatore per crisi psicotiche facendo leva su un fisiologico senso di colpa.
Sicuramente ci sono soggetti con contesti e regressi psico-fisici per cui una cura cannabica può essere peggiorativa e deleteria.
Sicuramente ci sono consumatori di lungo corso che possono manifestare scromiting e Iperemesi da cannabis, ma sono eccezioni che confermano solo la necessità e l'opportunità di un follow up medico, e di non affidarsi a consiglieri improvvisati e non qualificati.
La cannabis è un farmaco "sui generis":
Porta sollievo a chi ha patologie gravi, aiuta chi ha patologie minori, porta benessere anche a chi non ha patologie, perché madre natura ci ha dotato di un sistema endocannabinoide e non di un sistema endoibrufenico o di un sistema endoalcolemico o endocaffeinico.
E anche nell'ultimo caso, quello di chi non ha patologie significative non è sballo ma benessere.
Questa che è una peculiarità meravigliosa di contro alimenta lo stigma sociale e giuridico.
Fin quando il benessere verrà confuso con lo "sballo" e non considerato un diritto universale lo stigma sarà alimentato.
L'alterazione (significativa ed impattante) delle capacità psico fisiche è ormai catalogabile come leggenda metropolitana ampiamente smentita, o quantomeno va contestualizzata in una logica di benefici/rischi, dove i rischi e le criticità sono molto marginali.
Concentrazione, riflessi, capacità di giudizio non vengono compromessi a differenza di altre sostanze legali e non.
Di contro una persona afflitta da una patologia significativa, nel momento che prova benessere e sollievo, riesce a fare cose che non riuscirebbe a fare o che farebbe con più difficoltà.
I medici prescrittori prescrivono questa e/o quella molecola non per capriccio ed ideologia ma in base alla letteratura scientifica acquisita e approvata dai ministeri e dalle agenzie del farmaco competenti, e che quindi hanno soddisfatto i requisiti medici ed etici sotto la tutela di rigidi protocolli, controlli e certificazioni e in base alle risposte dei singoli pazienti.
Peraltro è bene ricordare che la cannabis è prevedibile solo in luogo del fallimento dei farmaci omologhi e standard.
Se il paziente Caio trattato precedentemente con la farmacopea tradizionale trova giovamento e benessere con il THC, al netto degli effetti, è un dato di fatto.
-Ecco, l'isolato, l'elefante nella stanza.
Gli isolati hanno dei vantaggi indiscutibili e sicuramente in alcuni casi sono un opzione terapeutica molto valida ma non è un caso che ho parlo di fisiologica nicchia del mercato terapeutico.
Iniziamo con il dire che qualunque molecola si può isolare e che non è una peculiarità del CBD.
In un'infiorescenza di cannabis indipendentemente dal chemiotipo sono presenti centinaia di metaboliti e fitocomposti secondari, tutti parimenti isolabili e con caratteristiche terapeutiche uniche.
Gli isolati sicuramente sono utili perché per eccellenza standardizzabili, pertanto offrono precisione di somministrazione e dosaggio e perché la molecola è prossima alla purezza.
Ove un medico, per esempio in luogo di qualche forma di epilessia, riterrà utile somministrare alte e precise dosi di CBD, l'isolato è sicuramente l'opzione più valida.
Tuttavia quello su cui possiamo ormai concordare tutti è che i campi di applicazione e le patologie interessate sono tantissime.
Per molte il solo CBD non è efficace o non sufficiente.
Perché "in alcuni casi" non è né "in molti casi", ne tantomeno "in tutti i casi".
L'effetto "entourage, per esempio con gli isolati è pari a 0 spaccato.
Non solo la singola molecola e priva degli oltre altri cento metaboliti, ma viene privata anche di terpeni e flavonoidi, che hanno proprietà terapeutiche a se stanti e non psicoattive.
Un'infiorescenza o un estratto ricco di limonene, per fare uno dei tanti esempi possibile, avrà più efficacia terapeutica in caso di antalgia, anche questo è un dato di fatto.
Nella maggior parte dei casi e delle patologie l'effetto entourage è più "pesante" della precisione di somministrazione e della purezza della molecola o degli alti dosaggi concentrati.
Trattare la cannabis come una qualunque altra molecola di sintesi è un errore concettuale e materiale.
Ed è per questo che la farmacopea prevede anche la somministrazione di infiorescenze tali e quali o di estratti e filtrati che possano fornire l'effetto entourage e che la standardizzazione di questi non sia nemmeno così rigida.
Tecnicamente poi una molecola isolata è un farmaco a tutti gli effetti, che deve essere registrato, brevettato, certificato mentre un infiorescenza è una A.P.I. ovvero principio attivo farmaceutico che non necessita di brevetti e che può essere somministrato e assunto tale e quale previa ricetta ed indicazione medica e stante il relativo follow up.
Chiarito che non esiste una formulazione migliore in assoluto, che la psicoattivita' è un problema molto marginale e condizionato da uno stigma sociale e giuridico rimane sul tavolo il vero unico grande problema: In Italia allo stato delle cose vengono distribuiti solo ~2000 kg/anno di cannabis medica con circa 20.000 ricette a fronte di circa 6.000.0000 di consumatori stimati.
In un sistema siffatto la quasi totalità dei consumatori non ha un follow up medico ne garanzie sulla qualità della terapia.
La distinzione tra uso ludico e ricreativo e medico è solo ideologica.
Devo ancora conoscere una persona immune anche solo dagli stress della vita moderna o senza alcuna patologia fosse solo psicologica.
Non esiste persona che non giovi del benessere, e se la priorità sono e rimangono i diritti di chi ha patologie più gravi, il diritto al benessere deve essere universale.
Lo stupefacente più diffuso in Italia, e anche quello più critico e problematico, non è la cannabis o altri stupefacenti illegali, ma le benzodiazepine, di cui la cannabis può essere a mio personale avviso -ma non solo mio- la migliore alternativa possibile.
Non si può non notare che in tutti gli Stati dove l'accesso alla cannabis medica è universale, ci sia il conseguente crollo di molecole più invasive ed impattanti, e in generale l'alleggerimento del sistema sanitario nazionale.
Accesso universale= benessere diffuso= vantaggio individuale e collettivo!
Lucio Micheli
CEO iblabs genetics srls
Collaboratore APS seminiamo Principi
Fondatore cannabispediaitalia
Amministratore canapa consigli
Fonti e bibliografia
https://salute.gov.it/
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Effetto entourage e limiti dell’isolato
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Rischi, psicosi e uso non medico
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